Il fenomeno NIMBY

In Italia e più in generale nei Paesi sviluppati, l’evoluzione infrastrutturale incontra continui ostacoli e ritardi, con conseguenti perdite economiche, tensioni sociali ed incertezze di vario genere.
Nimby: not in my backyard, è l’acronimo ormai universalmente utilizzato per indicare una opposizione, generalmente accompagnata da manifestazioni pubbliche, verso la realizzazione di un’opera di una certa dimensione e impatto. Fenomeni Nimby riguardano tradizionalmente l’avversione per la realizzazione di impianti industriali, infrastrutture per il trasporto, impianti di produzione di energia elettrica, ecc. In particolare, negli ultimi anni, vista la forte diffusione degli impianti da fonte rinnovabile, questi hanno spesso incontrato fenomeni Nimby come è avvenuto per esempio nel caso di grandi parchi eolici o di impianti di bioenergie. Da un punto di vista storico, questi fenomeni si sono manifestati per la prima volta in maniera significativa a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80, quando nei Paesi sviluppati si è affermata, giustamente, una maggiore sensibilità all’ambiente come precondizione per condizioni di vita salutari.

Se da un lato questa aspirazione appare del tutto legittima, dall’altro spesso è finita per assumere connotati propriamente politici che nulla hanno a che fare con il confronto costruttivo e la corretta informazione. Non è una caso che spesso le battaglie contro un’infrastruttura siano trascese, divenendo in realtà solo un momento, un simbolo, di una più ampia “battaglia politica”.

Nel corso degli anni si sono moltiplicati gli acronimi, più o meno fantasiosi, volti a descrivere diverse sfumature e gradi di NIMBY:

– LULU: Locally Unwanted Land Uses
– CAVE: Citizens Against Virtually Everything
– BANANA: Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anyone
– NOPE: Not On Planet Earth
– NIMTO: Not In My Term Of Office
– NIABY: Not In Anyone’s BackYard

In Italia, pur essendo l’opinione pubblica tradizionalmente cauta verso le grandi opere, il fenomeno Nimby si è sempre caratterizzato per una forte vocazione territoriale. Questa peculiarità deriva dal fatto che, nella maggior parte dei casi, i movimenti locali che si oppongono all’opera motivano la loro contrarietà con timori sulla salute delle popolazioni che vi abitano derivanti dall’opera stessa (stabilimenti industriali, rigassificatori, cementifici, ecc…).
Se da un lato questi timori sono comprensibili in via di principio, dall’altro spesso sono anche il frutto di una scarsa informazione o addirittura di vere e proprie campagne di disinformazione finalizzate unicamente ad avvalorare tesi del tutto infondate, diffondendo ed alimentando falsi timori nella locale popolazione.
Già dalla sua natura, risulta quindi evidente che la sindrome Nimby è un fenomeno difficile da contrastare, perché affonda le sue radici in ciò che di più caro ciascuno di noi ha, ovvero la salute e il benessere proprio e dei propri familiari. È anche per questo che i movimenti Nimby, una volta emersi, sono difficili da contrastare a posteriori.

Ragion per cui sarebbe più saggio, utile e meno dispendioso, fare precedere l’avvio di un’opera da un articolato processo di dialogo con il territorio, onde evitare sin dall’inizio la nascita di timori infondati e trovare invece soluzioni su quelli che possono avere un qualche fondamento. In questa delicata fase giocano un ruolo fondamentale anche gli organi di informazione. I media sono un soggetto strategico nella costruzione del dialogo con il territorio, purtroppo neanch’essi non sempre scevri da pregiudizi. Stando agli studi condotti dall’Osservatorio Media Nimby Forum, i mezzi d’informazione tendono a dare spazio e con maggiore frequenza alle istanze di chi si oppone alle opere di pubblica utilità. Prevale quindi un’informazione nettamente sbilanciata, se non altro in termini di spazio e visibilità concesse, a favore dell’opposizione agli impianti censiti. Le osservazioni sulla parzialità della percezione del fenomeno fornita dalla stampa, relative a un’accentuata tendenza a connotare negativamente le notizie inerenti casi di contestazione, trovano conferma anche esaminando i titoli degli articoli, caratterizzati da un forte sensazionalismo.

Una variabile fondamentale per comprendere e gestire i fenomeni Nimby, è data dalla contrapposizione tra interessi particolari e interessi generali. Detto in altri termini, del timore o convinzione della popolazione locale che i benefici dell’opera sarebbero di tutta la collettività nazionale, mentre i costi, anche in termini di rischio salute, solo a carico delle comunità locali. Si tratta questa di una variabile fondamentale e della quale sono ben consapevoli anche gli stessi attivisti che si oppongono all’opera da realizzare. Infatti, sottolineare esclusivamente l’aspetto locale della protesta da parte degli oppositori, rischia di far percepire questi ultimi come arroccati su posizioni sostanzialmente egoiste e quindi non solo incapaci ma addirittura ostili all’idea di guardare ai vantaggi che l’opera arrecherebbe invece alla collettività, vantaggi che ne giustificano appunto la realizzazione. Gli attivisti Nimby sono ben consapevoli di questo rischio e cercano di minimizzarlo opponendo non semplicemente la loro contrarietà all’opera, ma una vera e propria visione alternativa della società, nella quale i rapporti politici, economici e sociali sono ridefiniti spesso su basi solidaristiche e sostanzialmente ostili, o almeno fortemente diffidenti, verso l’economia di mercato. Si tratta di un fenomeno che è stato definito di “salita in generalità”, ovvero di socializzazione della protesta, di allargamento dei confini sociali, geografici e possibilmente anche politici, della protesta.

È chiaro infatti che un approccio esplicitamente egoistico (no all’opera nel mio territorio ma si in quella del mio vicino) avrebbe ben poche possibilità di conquistarsi un consenso fuori dal proprio ambito e quindi sarebbe inevitabilmente destinato alla sconfitta per mano di chi propone l’opera. La socializzazione della protesta diventa allora un espediente per coprire un atteggiamento da “free raider”, ossia di una comunità che desidera godere dei vantaggi prodotti dall’utilizzo dell’opera ma non vuole sostenerne alcun costo, preferendo scaricarlo su un’altra comunità, più o meno vicina. Si tratta di un atteggiamento in qualche modo inconfessabile ma abbastanza diffuso, la cui esistenza si può desumere anche dal silenzio, in termini di assenza di protesta e solidarietà, delle comunità confinanti di quella alla quale viene richiesto di ospitare l’opera.
Si tratta di una situazione particolarmente insidiosa e difficile da gestire per le istituzioni e le aziende coinvolte, perché in questo caso i costi sono concentrati e i benefici invece diluiti su un’area più vasta, con soggetti diversi che ne beneficiano in proporzione diversa. Un caso tipico sono le discariche o altri impianti di trattamento rifiuti, dove le comunità confinanti a quella che le ospiterà, sono ben liete di poter usufruire del servizio di smaltimento rifiuti, senza dover pagare il costo di ospitare queste strutture.

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MAPPA DEGLI IMPIANTI CONTESTATI IN ITALIA

La Mappa Impianti del Nimby Forum 2013 è visualizzabile cliccando il tasto sottostante.

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E’ doveroso domandarsi quanto costa la sindrome Nimby all’Italia, ovvero quali sono i costi che il sistema Paese nel complesso deve sostenere per la mancata o ritardata realizzazione di un’opera necessaria. Gli ultimi dati del rapporto 2014 del Nimby Forum, mostrano per la prima volta una lieve flessione del numero degli impianti contestati, anche se questo trend non deve indurre a facili ottimismi. In primo luogo perché il numero complessivo (336 impianti) rimane ancora molto alto. In secondo luogo perché la crisi ha contratto gli investimenti in nuove opere. Sono 336 gli impianti contestati censiti dal rapporto Nimby Forum edizione 2014 (dati 2013), in diminuzione del 5% rispetto all’edizione precedente. La rilevazione 2013 conferma il trend settoriale già emerso nelle ultime edizioni del Forum, con una netta preponderanza del comparto elettrico (213 impianti contestati, pari al 63,4% del totale) sugli impianti relativi al trattamento e allo stoccaggio di rifiuti urbani e industriali (85 impianti, 25,3%) e sul settore infrastrutture, per cui si contano 32 opere osteggiate (9,5%). Nella categoria “comparto elettrico” rientrano gli impianti per la produzione di energia elettrica da fonti convenzionali e rinnovabili, oltre alle infrastrutture di trasporto e stoccaggio di elettricità e gas. Oggi la sindrome Nimby va probabilmente oltre il significato originario. Non solo contestazioni di comitati che non vogliono infrastrutture o insediamenti industriali in prossimità delle proprie zone di residenza.

Ormai siamo in una emergenza più “sofisticata”, quella che gli esperti chiamano NIMTO – Not in my term of office, “non nel mio mandato” – e cioè? quel fenomeno di immobilismo della politica (e, come spesso accade, della burocrazia) nel prendere decisioni che potrebbero “scontentare” una parte del proprio bacino elettorale. Nel Paese dei mille campanili è semplice rinviare decisioni e scansare responsabilità. Ecco quindi come pareri di Enti locali (regioni, province e comuni), magari neanche vincolanti, diventino veri e propri veti alla realizzazione di progetti. Tutto questo spesso nella più totale “impotenza” di Ministeri e Governo centrale, in un infinito turbine di procedure amministrative e azioni/ricorsi giudiziari. Tempi autorizzativi estenuanti, decisioni rimandate e burocrazie infinite.

Risultato? Gli investitori internazionali si tengono alla larga dall’Italia, le grandi imprese domestiche vengono scoraggiate ad avviare nuovi progetti sul territorio nazionale. Ammonterebbe quindi a 50 miliardi di Euro ogni anno il “costo del non fare” secondo le stime di dell’Osservatorio Agici Bocconi.

Insomma, un fenomeno complesso e particolarmente pericoloso per uno sviluppo sostenibile del Paese e delle sue infrastrutture strategiche, con gravi e concrete conseguenze sia economiche che occupazionali.